‘Il frutto del riflusso’: una recensione del primo romanzo di Emanuele Saccardo

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COPERTINA IL FRUTTO DEL RIFLUSSO Emanuele SaccardoNon è mai impresa facile recensire il primo romanzo di un autore nuovo o, come si dice, emergente. Non ci sono punti di riferimento, né precedenti utili a una inevitabile comparazione. Eppure è paradossalmente fin troppo facile esprimere un parere nel caso de Il frutto del riflusso, esordio narrativo per Emanuele Saccardo, acquistabile tra gli altri su Amazon, MondadoriStore, OmniaBook e Hoepli.

Non avere punti di riferimento, in questo caso, aiuta innanzitutto a non lasciarsi condizionare dalle aspettative. In fondo, chi ne ha mai sentito parlare di costui? Bene così, piena libertà di immergersi in una lettura che ha il candore dei bambini. Ma non fatevi ingannare dalle nostre parole: “Il frutto del riflusso” non possiede una sola goccia di candore, né da lontano strizza l’occhio al mondo dell’infanzia. È un romanzo crudo, duro, violento. È una storia che trasuda dolore sordo e cieca vendetta.

L’autore stesso, in un trailer di presentazione visibile su Youtube digitando il titolo del libro, lo ha definito un romanzo pulp. E, dopo averlo letto, gli diamo assoluta ragione: tecnicamente “Il frutto del riflusso” potrebbe essere incasellato nel genere Noir, ma sarebbe semplicistico. La storia che racconta Emanuele Saccardo, resta nelle nebbie dell’indecifrabile; sebbene si agganci da lontano all’idea del Giallo e segua alcune dinamiche del Noir, sia nello stile della scrittura che nello schema della trama, non regala punti di riferimento. Beh, chiaro: autore emergente senza un passato, primo romanzo proiettato a un futuro non ancora immaginato.

No, la trama non guida verso la distopia, anzi, ci inchioda all’attualità di una Milano scura e frettolosa, nel freddo del periodo natalizio del 2012. Perché proprio quell’anno? Facile, il Mondo, per i Maya, sarebbe dovuto finire. Eppure non è successo. Al contrario è andato avanti, specialmente  per il protagonista del romanzo, Ermanno Calandra, un modesto guardiano di una ditta che produce profumi. Il giovane vive una sorta di agghiacciante trasformazione personale che lo porterà a compiere prima ogni genere di nefandezza, salvo poi redimersi apparentemente cambiando le carte in tavola con un colpo di scena a effetto.

Non vogliamo svelarvi troppo, il romanzo merita di essere inghiottito e metabolizzato. Però non possiamo dimenticare l’oscuro Radamel Valeròn e la conturbante Marlene Da Cuhna, due degli altri personaggi che popolano questo lucido incubo milanese. Perché, come dice Ermanno a un certo punto, “il problema non è sapere di aver paura, ma aver paura di sapere.”


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